di Eugenio Lanza
Nel panorama degli studi giuridici più recenti, il libro Geopolitica costituzionale. Una introduzione di Renato Ibrido rappresenta un tentativo sicuramente ambizioso, ma parimenti intrigante, di gettare un ponte tra due mondi che spesso tendono a ignorarsi o addirittura a mettersi in competizione. L’autore esplora un territorio di confine, sfida l’ortodossia accademica delle “cittadelle disciplinari” e cerca il punto di incontro tra diritto (regole, valori, principi, norme, limiti al potere) e geopolitica (crudi rapporti di forza, spazi geografici e interessi di nazioni e assembramenti umani d’ogni genere, oltre che Stati).
Emerge fin dalle prime pagine l’intento di Ibrido: non sancire la resa del diritto di fronte alla “legge del più forte”. Ma neanche, con spirito realistico, cedere a un ingenuo idealismo giuridico, che spesso non supera la prova hegeliana nemmeno nei confini nazionali. L’obiettivo è piuttosto dimostrare come la Costituzione di uno Stato debba intendersi non solo quale norma giuridica, ma anche come un vero “documento geopolitico”, capace di condizionare l’agire politico verso l’esterno e di riflettere la proiezione di una nazione nel mondo.
Il libro, molto articolato e ben documentato, prende in esame vari temi. Ci si concentra qui su alcuni nodi cruciali del testo, per trarne poi alcune conclusioni. Non si può, però, parlare di costituzioni e geopolitica senza prima conoscere le fondamenta teoriche dei due concetti: Ibrido le illustra, facendo comprendere perché possano dialogare secondo alcune dinamiche.